E così un ordinario lunedì mattina partiamo, lasciamo San Francisco. Solo per una settimana, certo: probabilmente non abbastanza per assaporare appieno tutto quello che la California ha da offrire, ma che importa. I need nothing but a good time, come dicevano certi rocker anni ‘80 che forse è meglio dimenticare. Prima tappa: Santa Cruz.

Una volta giunti in riva al mare, è difficile scuotersi di dosso l’impressione che questo sia semplicemente un gigantesco luna park trasferito sulla spiaggia. Ed in effetti, così è. Famiglie con bambini al seguito si susseguono sulle attrazioni e poi si mettono in fila ai vari stand per consumare cibi con un apporto calorico pari alla bomba di Hiroshima. Però con gioia. Superato il disgusto, mi sono sdraiato sulla spiaggia inforcando i miei occhiali da sole per riappacificarmi col mondo.

Verso sera, ci rimettiamo in macchina per Santa Barbara. Qualcuno impreca sul fatto che la California sognata dagli europei negli anni Sessanta e Settanta è diventata “una gigantesca Milano Marittima”. Naïveté – sbotto – in attesa che i fatti mi diano ragione.

Santa Barbara è una perla incastonata da qualche parte fra San Francisco e Los Angeles, tra l’oceano e il cielo. Passeggiando tra le strade del centro si ha una sensazione di pace. Il caos delle città sembra lontano anni luce, e tutti appaiono incredibilmente rilassati.

Di buon mattino, siamo infine pronti a tuffarci nell’atteso delirio: Los Angeles. Devo dire che le mie aspettative su questa città (la seconda degli Stati Uniti dopo NYC) erano altissime e sono state ampiamente deluse. Tolte le piccole cittadine costiere che la circondano, e che sono dei piccoli gioielli (Santa Monica, Malibu, Venice, Long Beach), ho trovato la città degli angeli sporca, rumorosa e piena di traffico. Si respira ancora un po’ di polvere di stelle dai gloriosi anni di Hollywood, ma ormai i grandi studios non sono più in quella zona, e tutto ciò che rimane è qualche turista e qualche stella sul marciapiede. Stelle di rilievo, però.

E poi via, di corsa a Beverly Hills, a vedere le ville che probabilmente non potremo mai permetterci (ma perchè mettere limiti alla provvidenza, in fondo?).

Inevitabile anche una visita a Venice Beach, la spiaggia di culturisti dove, tra pesi e sudore, si è formato nientemeno che the Governor, Arnold Schwarzenegger. Malgrado io viva qua da molti mesi, come un culturista austriaco possa essere stato nominato governatore della California resta per me un mistero.
Da West Hollywood, dove si trovava il nostro motel, a sera tarda mi incammino verso Sunset Boulevard. Ad un certo punto incontro il Viper Room, il locale in cui si trovava River Phoenix la notte in cui morì, a soli 23 anni, nel 1993. Non gli hanno fatto neanche una targa. Ma è probabile che ci sia una stella a ricordarlo poco più in là. Una stella in mezzo a tante altre.
Le spiagge di L.A. sono un’attrazione prevalentemente per la gente che vi circola, ma procedendo verso Sud si incontrano autentiche perle, battute al massimo da qualche surfista solitario.
Sulla via di San Diego ci fermiamo per la notte in una cittadina chiamata Carlsbad; al calare della sera, in cerca d’un po’ d’animazione mi avventuro in un pub-birrificio. Mentre mi viene servita una birretta locale leggermente sopra la media racconto alla barista, una ragazza quasi completamente tatuata e abbronzata da anni di surf, da dove vengo e cosa mi porta in California. Lei dice “Ah, l’Italia, che bel posto! Una volta sono salita in gondola, sai? A Las Vegas però!”. Pochi giorni dopo avrei drammaticamente compreso cosa intendeva. Per il momento mi limito a salutarla, e nel riflettere che molti nel Golden State sognano l’Italia, e ritiengono gli italiani persone estremamente di classe, non riesco a trattenere un sorriso.
Procedendo verso Sud ci imbattiamo in La Jolla, il quartiere residenziale più elegante di San Diego. Una vera gemma, come il nome stesso implica (secondo alcuni). Difficile non rimanere incantati da queste cale sabbiose e battute dalle onde, con i gabbiani che volteggiano sulle teste degli immancabili surfisti. Comprendo perfettamente cosa ha mosso coloro che si sono stabiliti in quest’area, dove fino a poco più di un secolo fa non c’era nulla: la gente è incredibilmente amichevole e la temperatura scende raramente sotto i 20-25 °C, anche in inverno, ed in genere non supera mai i 30-35 °C.
San Diego è il segreto meglio nascosto di tutta la California, nonchè la città in cui si vive meglio in tutti gli Stati Uniti. Entusiasta mi dirigo verso Coronado, una striscia sabbiosa che si estende davanti al porto di San Diego, proteggendolo dalle intemperie oceaniche. Lì sorse, negli anni ‘20, il leggendario Hotel Del Coronado, in cui Marylin Monroe girò A qualcuno piace caldo e che ha ospitato tutti i presidenti USA da Lyndon Johnson in poi. Dire che è un posto da sogno non rende particolarmente l’idea.
Dopo avere lasciato il cuore a San Diego, ristorati dal sole di Coronado Beach, viene finalmente il momento di partire per Vegas. Prenoto all’ultimo minuto una camera al Golden Nugget Hotel & Casino, un megaresort a 4 stelle che come ogni altro albergo di lusso a Vegas è incredibilmente cheap per i nostri standard, e facciamo rotta verso il Nevada. Incontrando sul nostro cammino duecento miglia di questo paesaggio:
Arrivati in Nevada, le slot-machines cominciano a spuntare come funghi, perfino nelle stazioni di servizio. E poi, lentamente, inizia a materializzarsi attorno a noi Vegas, la Grande Baracca. Fu fondata da un gangster, Bugsy Siegel, che aprì il primo casinò in mezzo ad un’area assolutamente desertica quasi per scommessa. Nessuno si sarebbe immaginato di vedere oggi una città di un milione e mezzo di abitanti attorno a quel primo casinò, con un giro d’affari giornaliero di milioni di dollari, fondato ovviamente sul gioco d’azzardo. Certo, si può dire che è pacchiana, inutilmente lussuosa, e per di più in una posizione assurda per un luogo di vacanza. Eppure funziona, e quando cala la notte i 12000 km di tubi al neon installati in città la rendono la stella più luminosa dell’intero deserto.
Ma anche di giorno ovviamente non si scherza. Qui i costruttori di alberghi non vedono niente di strano in un enorme leone di 50 tonnellate placcato in oro, come quello che c’è davanti all’MGM. L’Hotel Luxor è una riproduzione quasi a grandezza naturale della piramide di Cheope, con tanto di sfinge a sorvegliarne l’ingresso. Le camere più lussuose sono quelle dentro la piramide, manco a dirlo, come veri faraoni. Sul tetto è installato il più potente faro del mondo, visibile anche dagli astronauti nello spazio. Passeggiando un po’ più oltre sulla Strip, ti capita di incontrare la Statua della Libertà e il ponte di Brooklyn, e poco più avanti l’Arco di Trionfo e la Tour Eiffel, con tanto di ristorante in vetta. Perchè venire in Europa, cari yankee? I vostri magnati immobiliari hanno ricostruito qui tutto quello che potreste voler vedere, solo per il vostro divertimento. Molto spesso non c’è neanche la cultura di apprezzare la differenza.
Oh, e per noialtri italiani sofisticati…al Venetian non ci hanno fatto mancare Palazzo Ducale, il Campanile di San Marco, canali e gondole.
Forse riuscirà difficile credere – per chi legge – che al calar del buio tutto questo diventi splendido, e l’atmosfera sia irripetibile, eppure lo è. E’ un sogno, di quelli che puoi comperare. Io stesso magari faccio il duro, ma ho lasciato il cuore all’Hotel Bellagio, con le sue fontane danzanti ed un giardino meraviglioso nel cortile interno. Tremendamente fuori prezzo per me, ma chissà, un giorno…
Al rientro in albergo mi attardo ai tavoli da gioco fino a notte fonda. La posta è molto alta (minimo 15$ a puntata in ogni tavolo). Perdo 45 dollari a blackjack senza battere ciglio, e mi ritiro nella mia stanza meditando vendetta contro il casinò il mattino seguente. Svegliandomi, infilo un accappatoio e scendo in piscina, a godermi il sole del mattino nel deserto; ritemprato dall’acqua fresca mi dirigo al tavolo della roulette con una singola banconota da 10$. Il croupier dapprima mi guarda come un pivello, però man mano che le mie puntate si fanno più ardite tra un giro e l’altro arriva quasi a sorridermi. Nel giro di tre ore lascio il Golden Nugget con 140 dollari in tasca. Non ho neppure giocato a poker. Vorrà dire che dovrò tornare, un giorno o l’altro.
Ripartendo verso la Valle della Morte, passiamo vicinissimo alla zona militare nota come Nevada Testing Site, in cui ogni singolo modello di ordigno atomico americano è stato testato (con buona pace degli abitanti del Nevada, poco inclini a beccarsi il fallout radioattivo ogni volta). La notte ci sorprende all’imbocco della Death Valley; è sabato, e non ci sono camere libere per chilometri. E allora armati di taniche d’acqua (per ogni evenienza), Loreena McKennitt a palla nell’autoradio e affrontiamo il deserto a notte fonda, con temperature oscillanti fra i 30 °C di Badwater e -1 °C in cima al passo della Sierra Nevada. Di tanta strada, credo mi rimarrà questo.
San Francisco mi riaccoglie il giorno seguente, con temperature leggermente più fresche rispetto a quando l’avevo lasciata. There’s more to California than Frisco, ya know. Certamente. Ma mi è mancata, ed ora so che – quantomeno – non la cambierei mai con Los Angeles, per quanto più grande e vitale possa essere. E San Diego? E Vegas? Hanno ancora molto da darmi. Non posso che sperare di incontrarle nuovamente sul mio cammino.












mah..mah in quella foto..è pieno di fi*a!!
bravo eh
inutile nascondere un po’ di invidia. chonz e barto ti salutano dalle loro divise di pantaloni beige, polo azzurrina e maglioncino blu, sorridenti e intenti a far capire a classi di socio e linguistico perchè il pesetto di un accelerometro, giù dalla torre, viene sparato in alto. ma che vuoi, almeno oggi ho scoperto che la mia via non è ingegneria.
divertiti.^^
Bellissimo travelogue. Posti stupendi. Prima o poi spero di vederli anch’io.
bye
Pardon… Cavo… QUALE foto?!
Prossimo anno un giro di Texas Hold’em a Vegas insieme ce lo facciamo!