Una settimana di blackout. Me ne scuso.
La verità è che giovedì scorso, per l’ennesima volta, ho saltato il fosso e sono tornato a Berkeley. A parte le persone, tutto è come l’avevo lasciato. La mia stanza, i miei libri, il mio ufficio sono sempre stati lì ad attendermi. Molte delle persone che mi avevano accompagnato in tutto questo tempo, sfortunatamente, no.
Questo però ci turba relativamente: abbiamo imparato che la vicinanza è un concetto relativo, quantomeno nello spazio. Forse una volta subivamo i continui spostamenti, li percepivamo come allontanamenti, se non come vere e proprie fitte al cuore. Ma ora siamo cresciuti. Viviamo in un’era di comunicazione globale, il che ci consente di essere continuamente reperibili per le persone che riteniamo importanti. Alla vita che ci separa noi possiamo porre rimedio. Ed al Caso possiamo opporre una volontà precisa. Incontrandoci.
In summa, so che c’è molto da ricostruire, ma in ogni singolo sorriso che mi viene rivolto vedo già un potenziale mattone. E so che comunque le persone che contano ci saranno, finchè io sceglierò di esserci.
Svegliandomi al mattino, mi rendo conto che molte sono le cose ancora da fare, ed ancora di più le persone da conoscere. Fuori dai massimi sistemi, nel quotidiano, sono l’unica verità che abbiamo. Spero solo che il tempo mi basti.